
Illustration by Franz Iacono.
Questi, sempre impegnati a spargere dubbi sul mister lusitano, sollecitano una squadra in grado di affrontare in Europa il nodo della verità sulle proprie capacità e conseguenti aspirazioni. Dopo i vivaci sprazzi del debutto (traversa di Sneijder) l’Inter si raggomitola, plausibilmente alla ricerca di conoscere meglio se stessa, come suggerisce l’oracolo di Delfi. E la conoscenza di sé arriva a contemplare un gol micidiale sparato da un nemico storico dei colori nerazzurri: Ševčenko.
Si tratta certamente del momento più limitante e distruttivo dell’incontro, ma anche il giro di boa che porterà Mourinho al riconoscimento della propria ignoranza come condizione di ricerca rigenerativa. Ci sarebbe stato ancora tempo per rimediare? Quali provvedimenti prendere?
Nel secondo tempo Mourinho, visibilmente turbato e inquieto, non si propone di enunciare una nuova dottrina tattica, comunica soltanto lo stimolo e l’interesse per la ricerca. In tal senso egli paragona, come nel Teeteto platonico la sua arte a quella della levatrice, che saggia con ogni mezzo, cambi audaci, fuori intoccabili, dentro magnifici azzardi come Balotelli.
La divinità che lo costringe a far da ostetrico gli vieta però di partorire alcuna scoperta tattica da insegnare agli altri. Quast’arte maieutica non è in realtà che l’arte della ricerca, ma anche del coraggio e, perché no?, della fortuna.
Negli ultimi 5 minuti l’Inter pareggia con uno splendido gol di Milito e infine segna la rete della vittoria grazie all’intervento della dea fortuna, che benda gli occhi dell’arbitro per non fargli vedere il millimetrico fuorigioco di Sneijder che insacca dimostrando a milioni di interisti che, ebbene sì, la felicità esiste.











