La "felicità" è il bene supremo perché tutto ciò che la squadra vuole, lo vuole per essere felice secondo virtù. E questo innanzitutto significa "rispondere dei mezzi al fine".
Insomma è un po' complicato capire come la nazionale italiana, scesa in campo seguita da molte riserve mentali e reputazioni contradditorie, abbia interpretato la sua ricerca di bene e felicità e quanto sia consapevole dell'adeguatezza dei suoi mezzi al fine.
D'accordo, è nella tradizione della squadra italiana avviare i tornei mondiali con delle prestazioni discutibili, ma ogni volta che succede ci si chiede: oddìo, avranno smarrito il fine o è solo un episodio?
È soprattutto la "virtù" della squadra in generale a presentare forti interrogativi: perché siamo qui? Qual è il senso di tutto ciò? Perchè siamo stati gettati nel mondo del pallone? E in fondo le risposte non mancano. Siamo qui perché siamo i migliori (?). Il senso è rappresentare una squadra che è nella storia del calcio mondiale. Il senso di gettatezza non deve deprimerci, ma indurci a reagire.
È quello che ha fatto l'Italia contro il Paraguay. Sotto di un gol, ha reagito con rabbia, pareggiando e cercando la vittoria a tutti i costi. Poi, tornando a Aristotele, si è chiesta se i mezzi corrispondessero al fine e si è detta che Marchisio non è il massimo, che la sciatica di Buffon era risaputa, che Gilardino è spesso ino ino, che Cannavaro dovrebbe chiedere la pensione, che Lippi... Ma per fortuna De Rossi, reduce da feroci polemiche durante il ritiro, s'è tolta la bella soddisfazione di evitare una infelicissima sconfitta all'italica compagine. Promettendo che per la "felicità" i tempi si avvicinano.











