SOCRATE ( in prima persona) e GLAUCONE.
– Quando si dice che una squadra di calcio desidera una cosa, che so, vincere la Champions, la desidera nella sua totalità o una parte soltanto?
– Tutta!
– E allora non dovremo pur dire così dell’Inter? Che desidera vincere tutte le partite, e bene, e non soltanto alcune?
– Vero.
– Colui che è pronto a gustare tutti gli incontri, che ardentemente si getta nel confronto con l’avversario e non è mai sazio di prodezze, di coraggiosi tackle, di eroica furia agonistica; non chiameremo dunque costui con ragione “campione”? E non è così che tutti i tifosi dell’Inter vedono la loro beneamata squadra e per questo la amano?
– Si, è così.
– Allora dove finisce la capacità di elevarsi davanti al Bello e al Buono, quando una simile squadra, in terra catalana, scende in campo solo per sfilarsi i pantaloncini e sottomettersi passiva e tremula alle laide voglie del Camp Nou?
– Amore tradito, direi. Che non merita perdono.
– Abbiamo dunque sufficientemente appreso, da qualunque punto di vista ci si ponga, che ciò che pienamente è (una femminea squadra), è pienamente conoscibile e ciò che non esiste affatto (una eroica squadra che non importa se perde, ma sa perdere con coraggio e onore perché rappresenta tutto il suo popolo) non è conoscibile affatto.
– Verissimo.
– Bene, ma se vi sono allora delle squadre che al tempo stesso sono e non sono, esse dovranno trovarsi fra il puro essere e l’assoluto non essere?
– In mezzo.
– E noi che pensavamo, con Murinho, d’esserci!
#ItaliaNigeria, vista da Twitter
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